Cam di Casoria brucia le sue opere, venga Ornaghi
Da domani i roghi shock, senza investimenti meglio distruggere
16 aprile, 17:53
di Silvia Lambertucci
ROMA - Se lo Stato abbandona la cultura, "allora tanto vale che bruci". Dopo il fallimento del Madre, e e il grido di dolore del Maxxi minacciato di commissariamento, arriva dal Cam Contemporary Art Museum di Casoria, la protesta più disperata e feroce. "Vogliono farci chiudere e allora bruciamo le opere", annuncia il direttore Antonio Manfredi. Gli artisti lo appoggiano. Qualcuno anzi in privato ha già dato avvio ai roghi, rigorosamente ripresi e postati su YouTube. Non ci sono più soldi, il comune di Casoria, proprietario dei locali, ha dato lo sfratto. Nessuno paga più le bollette. Ma il problema economico non è il solo per il piccolo museo dell'hinterland napoletano assediato da immondizia e camorra. Il rogo delle opere, ricorda il direttore, è l'ultimo atto di una lotta per la sopravvivenza che dura da sette anni. "Smetteremo solo se viene qui Ornaghi - avverte -. E con il ministro vorremmo che arrivassero il presidente della commissione cultura Ue Doris Pack e il governatore della Campania Stefano Caldoro". Più volte all'onore delle cronache per aver collezionato intimidazioni, minacce e atti vandalici, il Cam è nato nel 2005, ideato e allestito dallo stesso Manfredi, con l'obiettivo ambizioso di diventare "un luogo in cui si produce cultura e ricerca, si fa didattica, si stimola una esperienza ermeneutica della contemporaneità, si visualizza la creatività, si conosce e pratica la complessità estetica attuale". Obiettivo in parte raggiunto. "Negli anni - dice Manfredi - sono state fatte convenzioni con scuole e università, dalla Federico II e dal Suor Orsola Benincasa di Napoli all'Accademia di Belle Arti di Bologna".
Al progetto hanno aderito artisti di tutto il mondo, la collezione permanente è arrivata a contare mille opere, tra pitture, sculture, foto, installazioni, video, per un valore complessivo stimato fra i 6 ed i 7 milioni di euro. Non solo. Il Cam, fa notare il suo direttore, "vanta una delle maggiori collezioni europee di arte multimediale e di arte orientale e la più completa collezione di opere di artisti napoletani contemporanei dal secondo dopoguerra ad oggi". Ma soprattutto, sottolinea, "é un presidio di cultura, aperto ai giovani, in questa terra devastata dalla camorra". Dalle istituzioni però, "non è arrivato niente, nessun sostegno economico, nessuna autorizzazione". Il personale del museo, una decina di ragazzi, lavora a titolo gratuito. Non bastassero i problemi finanziari, anche l'attività espositiva, nel territorio di Gomorra, è diventata una guerra. Dal bambolotto di colore trovato infilzato sul cancello all'inaugurazione sulla mostra di Arte Africana, all'ingresso bloccato con un lucchetto, fino all'assedio dell'immondizia che l'estate scorsa aveva impedito l'apertura della mostra per la Biennale di Venezia regionale voluta da Vittorio Sgarbi. Per uscire dall'isolamento, il direttore le ha provate tutte, persino una clamorosa richiesta d'asilo, un anno fa, alla Germania. A febbraio l'annuncio dei roghi, accompagnato dalla distruzione di un'opera dello stesso Manfredi, un ritratto di camorrista che era stato esposto, non senza clamore, alla Kunsthaus Tacheles di Berlino e alla 54/a Biennale di Venezia. Non è successo niente.
"La verità è che si vuole chiudere questo museo - denuncia il direttore - e che con i tagli degli ultimi anni fare cultura in Italia è diventato impossibile. Lo dimostrano le storie del Madre e del Maxxi, figuriamoci a Casoria". Da domani quindi si tenta il tutto per tutto. Ripresa dalle telecamere brucerà un'opera della francese Severine Bourguignon. L'artista ha dato il consenso, seguirà il rogo via skype. Poi toccherà ad altri, dalla tedesca Astrid Stofhas al cinese Qing Yue, via così, per mille giorni. "I musei non possono sopravvivere da soli", conclude. "O si cambia strategia e si decide sul serio di investire nella cultura e per la cultura, oppure è meglio distruggere con il fuoco quello che é ignorato".







