Le sfilate della Ville Lumiere
Parigi chiude, piu' vivace di Milano. Dietro l'Italia produttiva, non la Francia
07 marzo, 20:16Correlati
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di Roberta Filippini
PARIGI - Ci dispiace un po' dirlo, ma il dovere del cronista soprattutto: questa settimana di pret-a-porter parigino, conclusa stasera, è stata più creativa e vivace di quella milanese. Non crediate che ci siano state emozioni forti, di quelle che un tempo accompagnavano la scoperta di una nuova stella del firmamento. No, niente di ciò. Per giunta, molti dei 'vecchi' marchi d'avanguardia si sono ormai normalizzati, anche se qualcosa resiste, innanzitutto Comme des Garcons con Rei Kawakubo, onirica, concettuale, assurda, mai scesa a patti con sfilate banali. Eppure nella crisi generale, che costringe tutti a stare molto attenti al mercato, le passerelle parigine hanno dimostrato più aderenza alla contemporaneità, più smalto nuovo. Milano sembra troppo appesantita da una cantilena ormai vecchia, i giovani ci sono, anche in calendario, ma il clima generale non li favorisce, inutile negarlo.
C'é tanta fuffa a Milano, per carità ottimo prodotto, ma la moda è un'altra cosa. E' l'invenzione che ad ogni stagione fa fare un salto nel buio al gusto moderno di tutti noi, collettivamente presi, compresi coloro che credono di starne fuori. A Parigi stavolta si poteva scegliere tra un fantastico McQueen di Sarah Burton, un appetitoso Louis Vuitton di Marc Jacobs, una giovane Chanel di Karl Lagerfeld, uno stiloso Haider Ackerman, senza dimenticare Stella McCartney e Hussein Chalayan. Ma soprattutto gli italiani erano tutti in ottima forma, praticamente dei dominatori: iniziando da Riccardo Tisci con Givenchy, continuando con Miuccia Prada per Miu Miu, con Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli per Valentino, con Giambattista Valli e il suo marchio, con Stefano Pilati per l'ultima volta da Yves Saint Laurent (una delle sue migliori collezioni). E poi Marco Zanini con Rochas, Ennio Capasa con Costume National, Alberto Biani, ancora Valli per Monclair Gamme Rouge. Abbiamo scelto fior da fiore, ci sarebbero molti altri nomi da inserire nel mazzo di coloro che determineranno il gusto del prossimo inverno. Si può dire lo stesso di Milano? Tranne qualche nome molto forte, ci si ricorda soprattutto degli scambi di insulti volati tra stilisti italiani. Invece qui, uno come Marc Jacobs va ad applaudire Miuccia Prada. Eppure, dietro alla moda che è andata in passerella a Parigi non c'é la Francia, ma l'Italia produttiva, i suoi tessuti, le sue fabbriche, le sue aziende di accessori, tutto un sistema di eccellenza che il mondo (e la Francia in primis) ci invidia.
Parigi è anche il posto crudele dove misuriamo la durezza della crisi italiana all'interno di una crisi generale. In parole povere, se un tempo la stampa italiana godeva di decine di inviti alle sfilate, ora si contano sulle dita delle mani. Hanno tagliato proprio gli italiani (il nostro mercato interno é fermo, la moda si vende soprattutto nelle città turistiche, agli stranieri) per far spazio ai cinesi, russi, coreani, indiani, brasiliani, insomma a tutti quei paesi che hanno un pil in crescita. Se si aggiunge che ai francesi non siamo mai stati simpatici, si può arrivare all'assurdo che, alla festa per la gioielleria Dior, una ventina di giornalisti italiani che avevano avuto l'invito hanno poi ricevuto una telefonata di disinvito: per loro non c'era più posto! A parte la maleducazione, la vicenda è sintomatica di come si sia spostato il baricentro della moda mondiale.







