Da Daumier a Giacometti, la scultura dei pittori
A Museo l'Annonciade di Saint-Tropez fino a 8 ottobre
09 luglio, 19:15di Aurora Bergamini
SAINT-TROPEZ (FRANCIA) - Da Daumier a Giacometti: la storia della scultura dei grandi pittori del XX secolo è racchiusa fino all'8 ottobre in una bella mostra al Museo dell'Annunciade che ha sede in una cappella del '500 situata davanti al porto di Saint-Tropez. ''Tutti i pittori hanno sempre mostrato un grande rispetto per il duro lavoro degli scultori - spiega il curatore Jean-Paul Monery -. Ma è solo con la rivoluzione impressionista che alcuni di loro hanno deciso di provare ad avventurarsi in questa tecnica". Come Honoré Daumier - con il suo 'Bourgeois en promenade' (Borghese a passeggio) comincia il percorso espositivo - che vestendo i suoi personaggi in modo contemporaneo, è il primo a introdurre la modernità nella scultura. Passando per Degas, che nella 'Ballerina spagnola' "tenta di catturare un gesto in movimento", e Renoir che arriva alla scultura alla fine della sua vita quando la sua pittura tende a diventare "plastica". Gauguin stravolge le regole della scultura andando alla ricerca del primitivo e del selvaggio, Pierre Bonnard e Felix Vallotton eccellono nei nudi modellati nella terra e lavorati nel bronzo. Per Matisse la scultura fa da supporto al lavoro pittorico, dando luogo a un'interazione ricca e fruttuosa tra le due tecniche. Lo stesso artista diceva, con falsa modestia, di "fare scultura per rilassarsi": ma lavorò per tre anni a 'Le Serf', una statua in bronzo alta quasi un metro (per alcuni si tratta del suo autoritratto) e inserì quasi tutte le sue sculture nei dipinti.
"La scultura - sosteneva Matisse - mi permette, di girare attorno all'oggetto e di conoscerlo meglio, invece di restare davanti a un superficie piatta". Il legno scolpito di Ernst Ludwing Kirchner è un ritorno al primitivismo, la 'Femme nue' di Georges Rouault ingloba nella materia i colori delle sue tele, mentre per André Derain o Auguste Chabaud la scultura è una forma geometrica e una ricerca formale. Ci sono poi i bassorilievi di Braque, il cui approccio frontale è quasi in contrasto con la sua pittura, e i bei bronzi di Picasso che torna regolarmente alla scultura per infondere ai suoi dipinti più vitalità (anche se svelerà i suoi lavori in questo campo solo in tarda età, nel 1967, in occasione di una grande mostra). L'esposizione - dal titolo 'Da Daumier a Giacometti, la scultura dei pittori' - si chiude con le sculture immacolate e sensuali di Jean Arp che parlano di "un universo onirico e poetico" e i lavori di Giacometti, insieme pittore e scultore: in lui infatti "i due mondi si fondono". "Per Giacometti non ho voluto presentare la classica silohuette dell'uomo che cammina, quella che tutti conoscono e che corrisponde al periodo degli anni Cinquanta - osserva il curatore -. Mi sembrava più interessante mostrare un altro Giacometti, lo scultuore cubista e surrealista degli anni Trenta, un aspetto meno noto al grande pubblico".
Ci sono, tra gli altri, La donna cucchiaio (1926), Uomo e donna (1928), Donna (1929), Testa cubista (1934), Composizione cubista (1926). "L'idea di questa esposizione - conclude Monery - era di partire da artisti che hanno cominciato come pittori e sono approdati alla scultura come supporto al loro lavoro pittorico, per arrivare a Giacometti e mostrare come dopo di lui il confine tra pittore e scultore non esista più". Un'opera di Bernar Venet all'uscita, nel cortile del museo, rappresenta l'apertura "a tutto il possibile" del XXI secolo.









