ANSAmed lo ha incontrato in un bar di Antakya, capoluogo di una provincia meridionale turca al confine con la Siria, quella di Hatay. ''Hakim'', o ''Hakeem'' in grafia anglofona, ha 29 anni e l'altro giorno ci era passato ''per visite mediche'' ma sarebbe tornato ''subito dopo'' a guidare il suo gruppo dell'Esercito siriano libero (Esl, o Fsa dalla dicitura inglese di Free syrian army), la fluida formazione di disertori che combatte contro le forze del regime. La sua unita' si chiama ''Suleiman Muqatili'' e ha ''300 o 400 uomini sparsi un vari gruppi nella provincia di Idlib'', sostiene giustificando l'incertezza del numero con le continue adesioni di nuovi miliziani improvvisati e motivando lo sparpagliamento con una ragione tattica elementare: ''se bombardano e' meglio stare divisi e non farsi sorprendere tutti insieme''.
Le cicatrici che mostra sono il frutto di colpi sparati dalla polizia durante una manifestazione cui stava partecipando: tre mesi e tre operazioni chirurgiche in un ospedale di Antakya, poi il vicino campo profughi a Yayladagi, hanno fatto maturare la decisione di tornare in patria per combattere. Quando viene nella citta' turca, che poi e' l'Antiochia dei protocristiani e dei crociati, dorme nell'appartamento del fratello e quindi non e' uno di quei miliziani che, secondo le accuse di Damasco, partono da campi profughi turchi per colpire in Siria.
E' capo dell'unita' da due mesi (''prima non potevo, non avevo piu' i muscoli addominali'') e sotto di lui la ''Suleiman Muqatili'' avrebbe ucciso 13 uomini delle forze di sicurezza siriane e dato fuoco a due edifici degli Shabiha, i miliziani fedeli al regime. Dei suoi, nello stesso periodo, a cadere sono stati pero' 37, dice abbassando lo sguardo. ''Abbiamo solo Kalashnikov'', sottolinea Hakim e, alla domanda su cosa avrebbero bisogno, non ha esitazioni: ''fucili di precisione e Rpg'', il lanciagranate anticarro. ''Se non ce li mandano dall'estero ci vorra' piu' tempo per vincere. Noi comunque non molliamo fin quando Assad non muore o se ne va'', aggiunge parlando ad un tavolo della terrazza vetrata che, per il numero di rifugiati che la frequentano, e' considerata una sorta di ''Rick's Cafe''' siriana del film Casablanca.
''Se ci danno le armi possiamo farcela, non ci servono i raid'', risponde il capo ribelle alla domanda se vorrebbe un intervento aereo della Nato stile-Libia. ''Il popolo e' nel giusto'', sentenzia con la solennita' di un leader militare nonostante indossi un giubbotto di velluto a coste marrone e sottolinei l'utilita' di una ''zona cuscinetto'' pensando come un marito e padre: ''se fanno la buffer zone, molti diserteranno perche' troveranno un posto dove mettere al sicuro la famiglia''. Lui la moglie non ce l'ha (''sono sposato con la Rivoluzione. Mi sposero' quando vinceremo'') e solo 129 dei suoi uomini sono disertori, tra cui ''sette capitani''.
Mentre il crepuscolo cala su un minareto e, al di la' di un Oronte dalle sponde cementificate, anche sui rilievi percorsi da San Pietro, il comandante Hakim nega che le tenebre siano il momento migliore per gli attacchi: ''combattiamo quando si deve e quando la situazione lo richiede'', dice vago forse per non dare troppe informazioni al nemico. Nega anche che lo Stato turco gli fornisca assistenza logistica: ''ci danno solo tende, ospedale, cibo. Telefonini e satellitari 'Inmarsat' ce li da' solo qualcuno da fuori la Siria''. Il volto dalla rada barba curata viene irrigidito da sinistri pensieri solo quando gli si chiede dei genitori: la madre e' morta 15 anni fa ma il padre e' in Siria e Hakim ha ''paura che possano arrestarlo''. Ma subito dopo, quando si rimette il suo cappellino azzurro con una fascetta tricolore sul retro, sorride apprendendo che quelli sopra la visiera sono i simboli delle quattro Repubbliche marinare.(ANSAmed).










