Lo spettacolo è intitolato 'Shahrazad a Baabda', dal nome della narratrice dei racconti delle Mille e una Notte. Ma qui c'è poco delle avventure, del lusso e della dolcezza orientali fantasticate da molti occidentali. Le storie raccontate dalla ventina di attrici-prigioniere, in un'ora e tre quarti di monologhi, dialoghi e danze tradizionali, aprono scenari di violenze subite prima che commesse, da parte di genitori ingiusti o mariti violenti. Racconti recitati in uno stanzone squallido che serve per la ricreazione, dove l'acqua gocciola dal soffitto scrostato, al quale sono appesi un triciclo, un vestitino di bambina e altri oggetti di un'infanzia negata.
"Per loro è come avere finalmente la possibilità di respirare", afferma Zeina Daccache, formatasi come dramma-terapeuta negli Stati Uniti e poi con Armando Punzo, direttore della Compagnia della Fortezza del carcere di Volterra. Tornata in Libano, la regista ha fondato Catharsis, il primo centro per la dramma-terapia in Libano e nel Medio Oriente, che si propone di collaborare concretamente alla trasformazione delle carceri in luogo di riabilitazione, offrendo ai detenuti la possibilità di esprimere se stessi e quindi di arrivare a una presa di coscienza più completa.
Un'operazione certo non facile, in luoghi di detenzione sofraffollati come qui a Baabda e come il carcere maschile di Rumieh, dove la Daccache ha realizzato nel 2009 il suo primo spettacolo, '12 angry lebanese', adattamento da '12 angry men' di Reginald Rose. Il film tratto dal periodo di preparazione e dalla messa in scena del dramma di tre anni fa ha fruttato alla Daccache il premio per il miglior documentario al Festival del Cinema di Dubai. Quasi un segnale anticipatore della vittoria di quest'anno al Festival di Berlino di 'Cesare deve morire', il film-documentario dei fratelli Taviani sulla messa in scena di un dramma da parte dei detenuti di Rebibbia.
Ma la novità del lavoro svolto con le detenute donne, cominciato nel luglio del 2011, sta nel fatto che i testi sono scritti dalle stesse attrici, che quindi hanno la possibilità di far sentire le loro denunce in particolare sul sistema patriarcale e sulla situazione carceraria. Non a caso, se il progetto nel carcere maschile aveva avuto il finanziamento della Ue e della Cooperazione italiana, in questo caso a sponsorizzare l'iniziativa è Drosos, una fondazione svizzera già impegnata in Libano con diversi progetti a sostegno delle donne vittime di violenza. (ANSAmed).










