A parlare e' il regista tunisino Mourad Ben Cheikh, autore di quel documentario sulla rivoluzione del suo Paese, ''Non ho piu' paura'', che dal debutto a Cannes e' ormai passato, dice, in un centinaio di festival in tutto il mondo. Un anno e mezzo fa il regista riprendeva la folla e le bandiere della rivoluzione in Avenue Burghiba, ora fa il punto di come il Paese sta cambiando in un'intervista con ANSAmed. Dice di non avere la certezza che dietro la nuova visibilita' dei salafiti in Tunisia - che prima della rivoluzione era il piu' laico della regione - vi siano fondi sauditi. ''Ma so che l'Arabia Saudita, per la sua politica economica e religiosa, e' un cancro nel tessuto del mondo arabo''. D'altra parte proprio Riad ospita il presidente deposto Ben Ali, ''perche' per loro e' fondamentale che un capo non venga processato''.
A giocare un ruolo nel futuro della nuova Tunisia e' anche il piccolo emirato del Qatar, il quale, sottolinea, ''ce la sta mettendo tutta per condizionare la politica nel mondo arabo'', e non solo. Insomma, dallo strapotere e dallo stato di polizia del regime abbattuto dalla rivoluzione si rischia di passare ad una ''politica bloccata'' dalle influenze e dai finanziamenti esteri alle correnti islamiche, osserva il regista. Che difende il diritto del proprio Paese a trovare una propria strada autonoma verso la democrazia.
''Ogni tunisino deve avere la liberta' di scegliere il proprio approccio alla politica e alla religione'', rimarca, e una democrazia che escluda una parte del suo popolo non sarebbe tale. E allo stesso modo ''ogni Paese deve poter trovare la propria risposta alla questione della laicita'. Per esempio, la regina Elisabetta e' capo della Chiesa anglicana, ma le liberta' individuali sono ugualmente rispettate. E cosi' anche in Italia, nonostante il Concordato con il Vaticano''. Eppure dall'Occidente, rimarca, si guarda alle rivoluzioni arabe attraverso il filtro di proprio timori e pregiudizi. Ben Cheikh lo ha potuto constatare proprio dalle diverse reazioni del pubblico al suo documentario, reazioni che ''variano a seconda del Paese'', spiega. In Spagna e in Grecia per esempio - racconta - si guarda alla rivoluzione tunisina con il senso di una ''vicinanza'' geografica, ma anche di una ''continuita''' tra le crisi economiche e le modalita' della ''resistenza''. In Germania invece prevalgono la paura dell'Islam integralista, e in Francia, gli interrogativi sulla laicita' dello Stato. ''La Francia non riesce a leggere la realta' tunisina per quella che e' - rileva - ma lo fa sempre in base alla propria attualita'''.
Anche se proprio in quel Paese, grazie ad organizzazioni come Amnesty International, la proiezione del suo documentario non e' stata episodica, ma ha avuto una programmazione nelle sale. E l'Italia? ''Gode ancora di un grande capitale di simpatia nel mondo arabo - risponde Ben Cheikh, che l'Italia la conosce bene anche per avere studiato a Bologna - nonostante le scelte del governo Berlusconi in politica estera. Ma deve tornare a cio' che era dopo la seconda guerra mondiale, quando l'Eni faceva contratti migliori di quelli delle 'grandi sorelle''', cioe' le grandi compagnie inglesi e statunitensi del petrolio.
Quanto ai respingimenti degli immigrati, ''chi parte sa di rischiare'', osserva, ma casi come quello recente dell'adesivo sulla bocca degli algerini reimbarcati in aereo ''sono disumani''. La Tunisia, conclude, ''ha accolto 350 mila profughi dalla Libia in una settimana e poi 800 mila libici, ospitati anche negli alberghi di Djerba. E non si e' mai sognata di respingere nessuno''. (ANSAmed).










