Ma erano i primi anni '80, Guney era curdo e un cancro se lo porto' via nel 1984. Questa sera la Quinzaine des Realisateurs corona invece il talento di Nuri Bilge Ceylan con il suo premio alla carriera, la 'Carrosse d'or' e gli offre il palcoscenico per una 'lezione di cinema' che sara' perfetta introduzione anche al suo ultimo lavoro, 'C'era una volta in Anatolia', che il pubblico italiano potra' vedere dal 15 giugno grazie alla distribuzione Parthenos.
Presentato a Cannes lo scorso anno, questo film e' certamente l'opera piu' ambiziosa e corale di un autore gia' definito 'l'Antonioni del Bosforo' per le atmosfere sospese, la raffinatezza formale mai fine a se stessa, la ricerca di una dimensione intima alla crisi di trasformazione del suo paese, da sempre sospeso tra le radici orientali e la vocazione europea.
Segnarsi il nome di questo autore e scoprirne i film e' un po'come leggere i romanzi di Orhan Pamuk: si schiude un mondo cosi' lontano e cosi' vicino al nostro che il fascino dell'esotico si somma naturalmente alla riflessione sulle trasformazioni delle personalita' nella societa' globale di oggi. Ceylan ha fatto appena sei film in dieci anni, ma ha vinto tre volte a Cannes (due Gran Premi e un riconoscimento alla regia) e titoli come 'Uzak' o 'Le tre scimmie' fanno la loro figura in ogni videoteca d'autore. Gran fotografo e sceneggiatore rarefatto, e' il portabandiera di una cultura nazionale che si farebbe bene a tenere d'occhio, vista la prepotente crescita d'influenza della Turchia sullo scacchiere mediterraneo e la rapidissima trasformazione di questa societa' un tempo rurale ed appartata, oggi nuovamente fiera della sua storia e della sua modernita' cangiante.










