Cinema:A Firenze Beirut Hotel,spy story censurata in Libano

Regista Arbid, ricorre contro Stato.'Paese vive nella paura'

13 aprile, 17:17

(di Cristiana Missori) (ANSAmed) - FIRENZE, 13 APR - "La censura è l'unica cosa che funziona perfettamente in Libano. E' un Paese in cui tutti hanno paura, cittadini e istituzioni comprese".

Parla senza troppi giri di parole e senza timori, Danielle Arbid, giovane regista libanese che questa sera al Middle East Now di Firenze, presentera' Beirut Hotel, film censurato dalle autorita' libanesi per le supposizioni sull'omicidio dell'ex premier Rafiq Hariri. Una via di mezzo tra film d'amore e una spy story. Beirut Hotel racconta infatti la complicata e brevissima storia d'amore - dura in tutto 10 giorni - tra Zoha, cantante in un ristorante della capitale libanese e Mathieu, avvocato parigino diretto in Siria, legato in qualche modo all'affaire Hariri. In realta' si tratta di un film sulla paura, racconta la giovane regista che il Libano lo ha lasciato a 17 anni, sul volgere della guerra civile. "Il mio terzo lungometraggio è un film sulla paura di essere lasciati (quella di Zoha), la paura di innamorarsi (quella di Mathieu) e la paura in cui vive perennemente Beirut".

Paura che tutto possa precipitare da un momento all'altro. Alle autorita' libanesi il suo film non e' piaciuto perche' "mette in pericolo la sicurezza nazionale". Toccare la questione Hariri puo' essere letale, "anche se nei giornali il tema viene affrontato in lungo e in largo". La Arbid descrive un Paese in cui gli artisti, "a dispetto di cio' che si continua a credere dal di fuori non sono liberi". Per girare un film, spiega, bisogna presentare un copione. Copione che deve essere approvato dalla Sicurezza generale. "E guai se alla fine delle riprese sono stati introdotti dei cambiamenti". Quello che e' accaduto a Beirut Hotel. "Ho presentato un copione provvisorio e ho iniziato a girare. Poi naturalmente le cose sono andate avanti e la pellicola ha preso la forma che volevo". Conclusione, il suo film e' stato proibito in Libano ed è stato proiettato al Festival di Locarno la scorsa estate e a quello di Dubai in dicembre, mentre in Francia lo ha diffuso Arte. Nel frattempo la Arbid ha intentato un processo contro lo Stato libanese. Da nessuna parte, rimarca, la legge libanese impone ai registi di presentare il copione di un film prima di iniziare a girare.

"Sono loro ad essere fuori legge. E adesso voglio dimostrarlo.

Sono l'unica ad avere avuto il coraggio di fare una cosa simile". Anche "A lost man" (2007), suo secondo film venne censurato. "Volevano tagliare 17 scene perche' troppo sensuali.

"In quel caso - dice - non mi opposi". Questa volta, pero', ha voluto ribellarsi. In Libano, sottolinea, esiste tutto. ''Tutti fanno tutto. Eppure c'è molta ipocrisia''. Un tempo, da quelle parti si diceva che "l'Egitto scriveva, il Libano editava e l'Iraq leggeva". Non e' piu' cosi', risponde. "Penso che le autorita' libanesi provino disprezzo per gli artisti. Il Libano non puo' ergersi a modello di liberta' per gli altri Paesi arabi''. E' il suo punto di vista e per ora, sostiene, "non tornero' mai a vivere in Libano. Non in questo almeno". Una disaffezione che è stata contraccambiata anche dal pubblico libanese. "Beirut Hotel non e' stato ben accolto dai libanesi.

E' chiaro, mostra un volto della societa' che a loro non piace".

(ANSAmed).

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